like falling stars
antonio koch is still breathing

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creato da LePetit di cittadellabbs

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il quarto episodio è online

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di altri perimetri

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era la luna

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Minghini al "Quali buchi" by Laura Wood

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Da: Eleonora Duse
A: Gabriele D’Annunzio

Ancora una notte senza sonno – e le ore che accoppano.
Un mare
un mare sei -
di bene e di male.
Forza, volontà, desiderio di tenerezze, promesse di tenerezza, volendola (ah! benedette furono le promesse!)
altezza, nobiltà, orgoglio di bella sorte, meritata e dovuta e che otterrai, orgoglio sano! – e pestifero – luce – e miseria, e nessuna “droiture” d’uomo, nessuna lealtà dell’uomo che è in te verso la donna = fango = e miseria.
Eccola la verità.
Non hai potuto salvarmi dalla certa e crudele morte nella quale di tua mano m’hai tratta, perché solo con una forza hai visto me – e donna – e lavoratrice – con quella del genio – che è tuo – che è forte.
Ma col cuore, no. Tu non hai niente sentito per me in questa ultima fase di nostra vita di lavoro, e d’anima – e non avendo sentito non hai compreso.
Se il tuo cuore fosse stato vigile verso il mio – come in ogni legame di vita e di lavoro gli esseri di vita e di forza si promettono – tu avresti sentito la detresse del mio e non l’avresti accoppato, senza accorgertene – e a colpi di frusta nel momento che ti conveniva l’azione e con abilità di parole scaltre nell’ora che facevi sosta, non comprendendo te stesso ciò che io dicevo, né dove tu andavi.
Nell’ora che come strumento di lavoro sono cascata per terra (e perché, malata non ho potuto servirti) la vita del mio cuore non è apparsa
- per un attimo -
nel baleno che ogni cuore sente, se è vero, che ama.
E siccome – in te – (misero!)
traluce di tanto in tanto il terrore della tua vita = Bestiale e divina – unito in uno – per questo solo terrore di restar troppo solo – tu dici d’amarmi – ma non per amore.
Amare, vuol dire: salvare – vuol dire essere vigile – niente altro: sentire se l’altro soffre – niente altro.
Ma se tu non godi – o per l’arte, o per la carne – (che più nutrisci e più s’affanna)
tu non senti nessun impulso di tenera pietà per le creature che sai che ti amano = IO =
Ti dissi, ti scrissi, ti telegrafai, “che morivo” (da Cannes – da Mentone – da Marsiglia) ti supplicai di fissarmi un’ora – per dirti il male dell’anima: cioè:
“La separazione, fatale, e irreparabile del nostro lavoro” questo nelle prime settimane in gennaio -
poi – la febbre mi prese – e mi ammalai fisicamente: allora – quando telegrafai:
“Sto male, non potrò lavorare”
tu, rispondesti -
sempre -
immutato: “Sono furente”
Mai
Mai
Mai “sono dolente – vengo a vedere e a consolar la tua pena!”
Gli ultimi giorni, a Settignano ho sentito il precipizio dietro di me.
La stazione di Londra – inefficace dal lato finanziario, mi aveva costretta a cercar – sull’istante – un riparo qualsiasi – e poiché “Francesca” era data ad altri, io cercai questo “riparo” nella sola forma di lavoro che mi era in quel momento possibile: l’antico lavoro! – ah! e tu sapevi che morte dell’anima era in me per tornare indietro al mio lavoro, ma nell’ora che vi fui costretta a Milano,
- non un’ora
sei rimasto per aiutare il mio cuore, e lo strumento della mia arte che tremava di ritornare alla vecchia musica.
ah! bisognava andare a Varese! – e la folla, l’ho affrontata da sola, senza una parola: “amica”.
Ma la necessità era assoluta – e dovevo lavorare.
A Settignano gli ultimi giorni – quando volli poterti aiutare per depositare 3 anni di pensione (i primi almeno li volevo fare io!) per Cicciuzza
quando provvidi a questo dandoti la somma che sai -
“non erano del mio lavoro”, come ti dissi, ma un prestito; dovevo dunque lavorare: e con questo “dover lavorare” – fatale, per la materialità del fatto che non posso io, dopo 20 anni di lavoro, far fallimento, né vivere di prestiti.
Ne veniva, dunque, che per questa (amata!) “Figlia di Iorio” io non potevo (oltre la mancanza assoluta di un Aligi, e altri elementi)
non potevo lavorare per l’arte
ahimé!
ahimé! ahimé! anima mia, vattene da me!
“furente” come telegrafasti, hai rinfocolato gli elementi di lavoro, i soldati che avevi sotto mano – e hai agito e hai firmato – un contratto – che escludeva me – dall’opera tua di Lavoro.
Ma, pazientare un giorno per cercare di non sradicare me dalla pianta che mi faceva vivere ah! no – non ti venne in mente -
= Ed era giusto
di fronte all’arte che fosse così – ne convengo – e mi piego e auguro Vittoria. Ma non è meno giusto che anche per la giustizia si può morire ed esserne accoppati.
E’ un dono di giustizia che la tua sorte ha fatto alla mia.
Ma non è un dono d’amore.
E questa volta, avevo bisogno, io – d’essere protetta – niente altro -
Non bisognava “forzarmi la mano”
Enfin! Il tempo passerà e proverà ciò che dico.
Scrivere non è possibile!
Ma ora, dunque – mentre – come un colpo di frusta, la sorte è così -
- ben -
allora – si morirà -
e non parliamone più.
Ma, ora, dunque – non lasciarti più amare, e non sopportare più che un cuore, non sia compreso dall’altro.
E’ vile un legame di tal genere.
Non posso più lavorare?
Ben – basta allora -
Non temere,
non temere la troppa solitudine che segue
le troppo allegre giornate
né il vuoto reale -
che dà la vita del genio!
ahimé!
affrontiamo la verità.
“Non alterare la verità” dice Shelley
che aveva un cuore.
Io ormai, so ciò che si può o no.
Tu potrai vincere e vincerai -
Ogni augurio – alla tua vittoria – sia bella e forte.
Ma consolare un cuore – no – non lo potrai!

Eleonora.

(Postscriptum) Prego di non distruggere questa lettera, né lasciarla sui tavolini dell’Hotel.

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san petronio dalla terrazza di san petronio

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